Il campo di concentramento del castello di Montechiarugolo

I primi prigionieri giunsero nel castello a metà agosto 1940, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Si trattava di 42 cittadini francesi e britannici ritenuti, a torto o a ragione, «pericolosi» dal Ministero dell’Interno. Uomini di età diversa e di provenienza sociale e professionale differenti che si trovarono in Italia, per lavoro o per ragioni di studio, al momento dello scoppio della guerra, catalogati come «sudditi di paesi nemici» potenzialmente pericolosi per la loro dichiarata avversione all’Italia. Particolarmente sorvegliati e temuti i membri del gruppo di studenti anglo-maltesi.

Tra il 1940 e il settembre 1943 quando il campo venne chiuso il numero di internati oscillò tra i 62 e i 142 uomini. Trascorsero larga parte del tempo nella corte del castello, nelle loro stanze e lungo il camminamento superiore dell’edificio. Molte furono le occasioni di contatto con la popolazione del borgo, sebbene fosse proibito e represso dalle guardie del campo e dai militi addetti alla sorveglianza esterna del castello.

L’8 settembre 1943 il campo venne circondato dalle truppe tedesche che pretesero di entrare nel campo. Il direttore, commissario di P. S. Vittorio Pietrantonio, si rifiuto di aprire il portone. Seguirono momenti di tensione. Il comandante del reparto tedesco diede ordine di fare fuoco mentre dal retro numerosi prigionieri fuggivano scavalcando le mura e dandosi alla macchia. Tra questi Michael Tyler, giovane studente inglese che in seguito avrebbe partecipato alla lotta di Liberazione come telegrafista della missione Special Force N.1, «Toffee».

Dopo il primo rifiuto, il direttore del campo si arrese e i prigionieri ancora nel castello vennero trasferiti oltr’Enza dal reparto tedesco e il campo venne chiuso.