Rocca di Ravaldino

Giunti in fondo a Corso Diaz, attraversando il pubblico Giardino della Rocca, si accede a uno degli ingressi della Rocca di Ravaldino, conosciuta anche come la Rocca di Caterina Sforza. Edificata nel 1360, la Rocca ebbe prevalentemente una funzione militare, che perdette progressivamente per acquisire quella di luogo di detenzione che mantiene tuttora.

Durante la Seconda guerra mondiale, il carcere mandamentale della Rocca è perno di un sistema carcerario che, come abbiamo visto, comprendeva diversi edifici e caserme della città. Con una capacità di trecento posti, nel 1944 giunge ad ospitare sino a mille detenuti (per reati comuni, politici e razziali) provenienti anche da altre regioni e in transito verso i campi di concentramento. Anche diverse celle del carcere sono a disposizione delle SS della Sicherheitsdienst per detenervi dei prigionieri da sottoporre a torture direttamente in cella come nel caso di Antonio Spazzoli o da trasferire alla prigione e alla camera di tortura del Brefotrofio.

Nel tentativo di sottrarsi alla tortura, i prigionieri in qualche caso si danno alla fuga come nel caso di Amedeo Ragazzini e di Pietro Fiori, collaboratori di Antonio Spazzoli e di Radio Zella, uccisi dalle SS, l’11 agosto il primo l’8 agosto 1944, il secondo. Dal carcere della Rocca come da quello del Brefotrofio in via Salinatore i nazisti prelevano le vittime delle loro rappresaglie. Nel mese di settembre eseguono anche una “piccola soluzione finale” con l’uccisione, all’aeroporto di Forlì di 19 ebrei (12 uomini e 7 donne).

Il 4 ottobre 1944 un gruppo partigiano, con uno stratagemma, riesce a penetrare nel carcere e liberare 36 detenuti politici destinati alla fucilazione e alla deportazione.