Codigoro (FE)

Codigoro va incontro alla liberazione qualche giorno prima del 25 aprile. Il 22 aprile i tedeschi lasciano il paese facendo saltare il ponte di pietra e ferro sul Po di Volano per ostacolare l’avanzata degli Alleati, trascinando con loro alcuni uomini in ostaggio.

Dalla darsena di Codigoro spunta una camionetta di militari della brigata Cremona aggregata agli inglesi: è accolta da raffiche di mitra alle quali rispondono decisi colpi che mettono in fuga gli ultimi irriducibili.

La guerra è finita, ma durante i lunghi mesi di agonia del regime dittatoriale, le carceri di Codigoro si riempiono di antifascisti e di persone sospettate di essere coinvolte nella Resistenza.

Nonostante il nome innocuo che ricorda i serragli per la custodia dei fagiani, nelle “fasanare”, le carceri di Codigoro, le torture sono durissime. Le conosce bene il comandante partigiano Walter Feggi, mentre fanno incontrare la morte ai giovani Ludovico Ticchioni, studente al Liceo “Ariosto” di Ferrara e Gino Villa di Migliaro, uccisi con l’inganno sulla piazza.

Nelle “fasanare”, situate tra l’edificio comunale e quello a fianco (dove ora si trova il bar del Teatro) vengono rinchiusi molti partigiani; le celle sono sovraffollate: basti pensare che dal 27 novembre 1944 al 23 marzo 1945 si conta l’ingresso di 368 persone. 

Nella cella numero 2, tra i tanti, viene rinchiuso il giovane liceale Ludovico Ticchioni. Nato a Mestre (Venezia) il 16 aprile 1927, si unisce alla 35a Brigata “Bruno Rizzieri” operante a Ferrara il 30 agosto 1944, rimanendovi fino ai primi di dicembre, quando una notte torna ad abbracciare la mamma e le sorelle a Ponte Giglioli vicino a Serravalle, nella villa dei conti Giglioli dove i Ticchioni erano sfollati nel febbraio 1944. In quell’occasione, l’entusiasta e convinto “Tredicino” – il suo nome di battaglia – che aveva partecipato a diverse azioni partigiane, riprende ad annotare il suo diario, l’8 dicembre: La vita da partigiano è dura, molto dura e se uno non avesse la fede che abbiamo noi non la potrebbe fare certamente! Per me ragazzo di 17 anni è stata una mazzata sulla testa per i primi giorni. … Ma aiutato dalla mia idea, dal forte sentimento di amor patrio che io ho sempre avuto … ho sempre sopportato tutto bene.

Ludovico viene arrestato nello stesso dicembre in seguito a una delazione e passa 49 giorni nella cella del carcere tra interrogatori, confronti e torture senza fare alcuna ammissione. All’alba del 14 febbraio 1945, dietro un’ingannevole promessa di libertà, Ludovico e il compagno Gino Villa (“Volpino”) vengono “giustiziati” nella piazza di Codigoro. La mamma Maria Prevedello Ticchioni va a fargli visita senza trovarlo e senza avere risposte: capisce tutto vedendo una macchia scura coperta di cenere davanti all’allora “Caffè Impero”.

La “banda De Sanctis”

Francesco Aureli è il custode delle carceri di Codigoro quando, alla fine di novembre 1944, iniziano i primi arresti in massa. Le “Fasanare” sono sotto il controllo di Ugo Jannuzzi – capitano comandante della brigata nera di Codigoro – che un giorno chiama il custode per presentargli Carlo De Sanctis, la cui «squadra politica» era arrivata a Codigoro verso la metà di dicembre. Durante il mese e mezzo circa di permanenza, vengono interrogati, o meglio, portati dagli agenti della squadra dalle celle all’ufficio situato nel Municipio, più di 200 detenuti: tutti ritornano sfiniti e malandati per le botte, specialmente alle gambe e alle ginocchia. Nelle celle ci si muoveva a stento – testimonia Aureli all’istruttoria per il processo contro Carlo De Sanctis e la sua banda – in una da 10 ve ne erano 40 e quando feci presente al dottor De Sanctis questo inconveniente si limitava a dire che fra poco i tedeschi avrebbero fatto piazza pulita… I detenuti “interrogati”, per così dire, raccontavano che il dottor De Sanctis faceva segni particolari ai suoi agenti (si lisciava i baffi, si levava gli occhiali) quando voleva una scarica di legnate

La “banda” è formata da 12 uomini originari di diverse località ma tutti residenti a Ferrara. Carlo De Sanctis opera a Ferrara e si trasferisce a Codigoro con la sua banda di torturatori nel dicembre 1944. Riceve nel suo ufficio anche la madre e la sorella di Ludovico Ticchioni. Con fare «autoritario e bestiale», a conoscenza della sorte toccata al giovane, apostrofa Maria con queste parole: «non creda che suo figlio sia morto da eroe, è morto scappando… però in qualunque modo, lo avrei ammazzato io lo stesso…», incolpandola di avere indotto il figlio a entrare nelle file partigiane.  

L’episodio è ricordato anche nelle pagine della «Gazzetta del Po» del 30 luglio 1945, dove De Sanctis è definito un individuo «asservito» al «padrone tedesco», un assetato di «sangue umano, ed ecco le rappresaglie per l’uccisione di un suo sicario, ed ecco le fucilazioni di Codigoro e tanti innumerevoli delitti… ». 

Partendo da Ferrara dopo la liberazione, grida nel cortile del Castello il suo ultimo monito: «Ritorneremo». 

Il 29 giugno 1945 viene arrestato nella sua terra natale, Morra De Sanctis (paese montano dell’Avellinese che porta il nome dei suoi avi). 

Il sacrificio di Olga Fabbri

Durante la disordinata rotta nazifascista, la paura più grande è impersonata dalle retroguardie, che per rappresaglia possono uccidere senza alcun motivo. Accade a Codigoro, dove alcuni elementi della X Mas trovano le carceri vuote perché le celle erano state aperte anche grazie all’intervento del pretore Giovanni Zizak. I tedeschi in fuga non trovano di meglio che trascinare con loro degli ostaggi, tra i quali c’è il marito di Olga Fabbri, abitante lungo la strada per Mezzogoro. 

La giovane madre di due figlie, con la piccola in braccio e la dodicenne tenuta per mano, prega inutilmente i fuggitivi di lasciare liberi gli ostaggi. La risposta è tremenda: Olga viene falciata da una raffica di mitra. Le figlie si salvano. 

Con una celebrazione presso il teatro locale, alla figlia maggiore Iliana è stata conferita una medaglia in ricordo della madre da Giancarlo Pajetta, il quale le disse che la triste vicenda della mamma sarebbe stata oggetto di un episodio di un film in lavorazione: Roma città aperta di Roberto Rossellini, dove in Pina (Anna Magnani) si sarebbe riconosciuta la stessa, eroica Olga.

L'Abbazia di Pomposa e lo sminamento

Il periodo tra il dicembre 1943 e il 25 marzo 1944 pare favorevole al fascismo, senza attentati, vittime e scioperi. L’eccidio del Castello estense di Ferrara nella tragica notte tra il 14 e il 15 novembre 1943, ha provocato la disgregazione del movimento antifascista ferrarese. Siamo nel pieno periodo della Repubblica Sociale Italiana.

Il prefetto Enrico Vezzalini invia al ministro dell’Interno una relazione, datata 24 maggio 1944, nella quale riferisce, però, che «dopo oltre quattro mesi ... si hanno alcuni segni di agitazione e di attività ad opera di elementi antifascisti», segnalando alcuni fatti tra cui quelli di Le Venezie (Jolanda di Savoia), meglio conosciuti come l’eccidio della Macchinina, località sulla riva del Po poco distante da Gorino dove perdono la vita, fucilati, Ernesto Alberghini, Augusto Mazzoni, Enrico Luppi, Luigi Cavicchini e il parroco di Jolanda don Pietro Rizzo. Dalla spietata esecuzione si salvano per miracolo Cesare Nurizzo e Narciso Visser.

Nel Basso Ferrarese numerosissimi partigiani, uomini che i fascisti bollano come “ribelli”, come “sbandati”, stanno riorganizzando il movimento antifascista, muovendosi attenti tra incontri, staffette, agguati, rastrellamenti e interrogatori, complice la natura dei territori di valle. 

Divisi in settori e distaccamenti, i partigiani intrecciano la loro tela di conoscenze tra uomini e territorio: Si parlava di libertà, del significato di democrazia e aprire il cervello a queste nuove cose, anche per me, cresciuto in una società fascista, era qualcosa di eccezionale. Sono parole di Walter Feggi – il “comandante Pietro” – che ricorda come, giovanissimo, si è avvicinato alla Resistenza, grazie anche agli insegnamenti del nonno Cherubino, nella cui tenuta in affitto, la “Casona del Moraro”, si organizza la Resistenza, si imposta l’organigramma della 35a Brigata “Bruno Rizzieri”, di cui Walter/Pietro diventerà comandante del secondo distaccamento, nonché capo del settore partigiano di Massenzatica-Monticelli.

Nei lunghi elenchi dei perseguitati, degli arrestati, dei condannati, tanti giovani, speranzosi e convinti, che scelgono la strada dei “ribelli” e conoscono i terribili interrogatori sotto tortura, conoscono le tremende carceri di Codigoro controllate dal comandante della Brigata nera di Codigoro e dove arriva, verso la metà di dicembre, la “squadra politica” agli ordini di Carlo De Sanctis.

Walter Feggi esce vivo dalle “Fasanare”, il liceale Ludovico Ticchioni (“Tredicino”) e Gino Villa (“Volpino”) di Migliaro sopravvivono agli interrogatori ma, con una falsa promessa di libertà, vengono uccisi all’alba del 14 febbraio 1945 nella piazza di Codigoro. L’8 dicembre 1944 “Tredicino” annota sul suo diario: La vita da partigiano è dura, molto dura e se uno non avesse la fede che abbiamo noi non la potrebbe fare certamente! Per me ragazzo di 17 anni è stata una mazzata sulla testa per i primi giorni. … Ma aiutato dalla mia idea … ho sempre sopportato tutto bene.

Uno dei luoghi più suggestivi del Ferrarese, l'Abbazia di Pomposa, viene “attrezzato” con i bunker. Proprio in questa zona, si intravvede, al di là della nuova strada Romea, una delle postazioni più potenti dello sbarramento, pronta a fermare frontalmente le provenienze da Pomposa.

L’abbazia era anche stata circondata da cariche esplosive posizionate dai tedeschi in fuga nei giorni precedenti la liberazione di Codigoro (22 aprile 1945).

Nottetempo, il parroco don Vincenzo Turri scollega i cavi elettrici, evitando così probabili danni all’antico e prezioso complesso monastico.