La città in guerra. La vita quotidiana

Nell’autunno del 1944, Bologna si trova nelle immediate retrovie della Linea Gotica, al centro del teatro di guerra: le zone del contado si fanno sempre più pericolose e il nucleo urbano, già affollato di profughi e sinistrati, accoglie anche gli sfollati dalle campagne insieme alle loro masserizie e ai loro animali. Quando, poco prima della liberazione, la città conta 500.000 abitanti (erano poco più di 300.000 all’inizio della guerra) si vive da mesi in uno stato di emergenza permanente.

Il Comune e i gruppi di volontariato di matrice religiosa (Onarmo e Pro-Ra) restano i soli riferimenti per i cittadini. Le strade sono buie (dal luglio 1943 le fonti luminose, compresi i fari delle biciclette, sono oscurate con densa vernice azzurra), l’erogazione del gas garantita solo in alcuni orari del giorno, l’acqua scarseggia, le strade devono essere liberate dalle macerie dei bombardamenti. Gli enti preposti al razionamento faticano a far fronte alle difficoltà, aggravate dalla mancanza di carburante, dalla pessima condizione delle strade e dalle difficoltà di comunicazione. Il mercato nero prospera e i comandi nazisti e fascisti attuano requisizioni sempre più massicce e ingiustificate.

In città manca tutto: il sale diventa talmente raro da costituire moneta di scambio  e si arrivano a razionare persino fiammiferi e bottoni. I salari sono insufficienti, dal 1941 al 1945 l’incremento medio delle spese arriva al 520% e ciò significa che a un operaio qualificato servono otto giorni di lavoro per acquistare un chilo di zucchero.

Un quadro grave che non impedisce ai bolognesi di sperimentare una normalità dimenticata. Prova ne sia che, anche nell’ultimo anno e mezzo di guerra, la programmazione di cinema e teatri è ridotta al minimo ma non scompare del tutto.

Loredana Donini Negrini in Scene per una storia dei consumi di Luisa Cigognetti, 1986


  • Distanza: 2,2 chilometri
  • Mezzo consigliato: a piedi
  • Tempo stimato di percorrenza: 1 ora